Lo scompenso cardiaco, o insufficienza cardiaca, è una condizione cronica in cui il cuore non riesce a pompare una quantità di sangue sufficiente a soddisfare le esigenze dell’organismo. Si tratta di una patologia complessa e progressiva, che può rimanere stabile per lunghi periodi ma andare incontro a peggioramenti improvvisi. Una diagnosi precoce e una corretta informazione rappresentano oggi elementi fondamentali per migliorare la gestione clinica e la qualità di vita dei pazienti.
Con la Dott.ssa Mariangela Murgante, Cardiologa che collabora con i centri Alliance Medical Istituto Andrea Cesalpino e Istituto Andrea Vesalio, abbiamo parlato dei principali aspetti dello scompenso cardiaco con l’obiettivo di fare chiarezza.
I termini insufficienza cardiaca e scompenso cardiaco vengono utilizzati come sinonimi e descrivono la stessa condizione clinica, dove il cuore perde progressivamente la capacità di funzionare in modo efficace. Lo scompenso cardiaco può manifestarsi in modi diversi: il cuore può avere difficoltà a contrarsi e quindi a pompare il sangue in modo efficiente (funzione sistolica), oppure può non riuscire a rilassarsi adeguatamente per riempirsi di sangue (funzione diastolica). In alcuni casi possono essere presenti entrambe le alterazioni.
I sintomi dell’insufficienza cardiaca sono legati principalmente alla ridotta capacità del cuore di far circolare il sangue e all’accumulo di liquidi nell’organismo. Il segnale più frequente è la dispnea, ovvero il fiato corto, che inizialmente compare durante lo sforzo e, nelle fasi più avanzate, anche a riposo. A questa si associano spesso affaticamento, ridotta tolleranza all’attività fisica ed edemi, cioè gonfiore, degli arti inferiori e in particolare a livello di gambe e caviglie. In alcuni casi possono comparire anche aumento rapido di peso, tosse persistente o una sensazione di pienezza addominale.
Nelle fasi iniziali, l’insufficienza cardiaca può manifestarsi in modo poco evidente. I pazienti possono avvertire una stanchezza insolita, una lieve difficoltà respiratoria sotto sforzo o una riduzione della capacità funzionale rispetto al passato. Questi segnali vengono spesso sottovalutati o attribuiti all’età o allo stress, ma il loro riconoscimento è essenziale per favorire una diagnosi precoce e rallentare la progressione della malattia.
Le cause dello scompenso cardiaco sono numerose e spesso il risultato di un processo graduale, che si sviluppa nel tempo a partire da una o più patologie preesistenti. Nella maggior parte dei casi, lo scompenso cardiaco non insorge improvvisamente, ma rappresenta l’esito finale di condizioni che sottopongono il cuore a un carico di lavoro eccessivo o ne compromettono progressivamente la capacità di contrarsi e rilassarsi in modo efficace.
Una delle cause più frequenti è la cardiopatia ischemica, spesso conseguente a un infarto miocardico. In questi casi, una parte del muscolo cardiaco viene danneggiata in modo permanente, riducendo la capacità del cuore di pompare sangue in maniera adeguata. Con il passare del tempo, questo deficit funzionale può evolvere in insufficienza cardiaca, soprattutto se associato ad altri fattori di rischio.
Un ruolo centrale nello sviluppo dello scompenso cardiaco è svolto anche dall’ipertensione arteriosa cronica. La pressione elevata costringe il cuore a lavorare contro una resistenza maggiore, determinando inizialmente un ispessimento del muscolo cardiaco e, successivamente, una perdita di elasticità e di efficienza. Se non adeguatamente controllata, l’ipertensione rappresenta una delle principali cause di insufficienza cardiaca, soprattutto nella popolazione anziana.
Tra le cause rilevanti rientrano anche le cardiomiopatie, ovvero malattie del muscolo cardiaco che possono essere di origine genetica, infiammatoria o legata a fattori tossici e metabolici. In queste condizioni, la struttura del cuore viene alterata, compromettendo la funzione di pompa e favorendo la comparsa dei sintomi dello scompenso cardiaco.
Le valvulopatie, cioè le malattie delle valvole cardiache, rappresentano un’altra causa importante. Quando una o più valvole non si aprono o non si chiudono correttamente, il flusso sanguigno all’interno del cuore viene alterato, aumentando il lavoro richiesto al muscolo cardiaco. Nel tempo, questo sovraccarico può portare allo sviluppo di insufficienza cardiaca cronica.
Anche le aritmie, in particolare la fibrillazione atriale, sono frequentemente associate allo scompenso cardiaco. Un ritmo cardiaco irregolare o troppo rapido riduce l’efficienza della contrazione cardiaca e può peggiorare una funzione già compromessa. In molti casi, aritmie e scompenso cardiaco coesistono e si influenzano reciprocamente, rendendo la gestione clinica più complessa.
La diagnosi di scompenso cardiaco si basa su una valutazione clinica accurata e su un percorso diagnostico strutturato. La visita cardiologica rappresenta il primo passo ed è generalmente accompagnata dall’esecuzione di un elettrocardiogramma (ECG). A questo si affiancano esami di laboratorio specifici, come il dosaggio dei peptidi natriuretici, e la valutazione della funzionalità renale, epatica e tiroidea.
Un ruolo centrale è svolto dall’ecocardiogramma, che consente di analizzare la funzione cardiaca e di distinguere tra scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta e scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata, informazioni fondamentali per definire il percorso terapeutico più appropriato.
La cura dell’insufficienza cardiaca si basa su una strategia terapeutica combinata e personalizzata, adattata alle caratteristiche cliniche del paziente. Il trattamento prevede l’impiego di terapie farmacologiche mirate, in grado di agire sui principali meccanismi responsabili della progressione della malattia, associate ai diuretici, fondamentali per il controllo della ritenzione idrica e degli edemi. Un follow-up regolare consente di monitorare la risposta alla terapia, prevenire le riacutizzazioni e migliorare in modo significativo la qualità di vita.
Lo scompenso cardiaco è una delle patologie cardiovascolari più diffuse e rappresenta oggi una sfida rilevante per i sistemi sanitari, soprattutto nei Paesi con una popolazione sempre più anziana. Nella popolazione generale, la prevalenza si attesta intorno all’1–2%, ma questo dato cresce in modo significativo con l’avanzare dell’età.
Dopo i 70 anni, infatti, la percentuale di persone affette da insufficienza cardiaca supera il 10%, rendendo questa condizione una delle principali cause di ricovero ospedaliero negli anziani. L’aumento dell’aspettativa di vita, insieme alla maggiore sopravvivenza dopo eventi cardiovascolari acuti come l’infarto, ha contribuito negli ultimi anni a una crescita costante del numero di pazienti con scompenso cardiaco cronico.
Si tratta quindi di una patologia che non riguarda solo il singolo paziente, ma che ha un impatto rilevante anche in termini di sanità pubblica e qualità di vita. Le frequenti riacutizzazioni e i ricoveri ripetuti rappresentano uno degli aspetti più critici della malattia, soprattutto quando la diagnosi arriva in fase avanzata.
Proprio per questo motivo, oggi si pone grande attenzione alla diagnosi precoce dello scompenso cardiaco, soprattutto nei soggetti più a rischio, come le persone anziane e chi soffre di patologie cardiovascolari o metaboliche. Intercettare la malattia nelle fasi iniziali consente non solo di ridurre il numero di ospedalizzazioni, ma anche di migliorare in modo significativo la prognosi e la qualità della vita dei pazienti.
L’insufficienza cardiaca è spesso associata ad altre patologie croniche che ne complicano la gestione clinica. Condizioni come diabete, ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale, insufficienza renale cronica, BPCO e anemia contribuiscono ad aumentare il carico di lavoro del cuore. Per questo motivo, la gestione dello scompenso cardiaco richiede un approccio multidisciplinare, capace di considerare il paziente nella sua complessità.
Il pediatra di riferimento è la figura chiave per riconoscere eventuali disturbi cardiaci, perché conosce il bambino e può notare cambiamenti nel comportamento o nella crescita. Un neonato che non si alimenta bene, un bambino che si affatica facilmente o un adolescente che riferisce palpitazioni devono essere valutati con attenzione.
Quando il pediatra sospetta un’anomalia, indirizza la famiglia a una visita di cardiologia pediatrica, durante la quale vengono effettuati gli esami di approfondimento necessari.
La diagnosi dei problemi cardiaci nei bambini si basa su una combinazione di visita clinica ed esami strumentali.
La visita consente di ascoltare i toni cardiaci e identificare eventuali soffi. L’elettrocardiogramma (ECG) analizza l’attività elettrica del cuore, mentre l’ecocardiogramma utilizza gli ultrasuoni per valutarne struttura e funzione in modo sicuro.
In caso di sospette aritmie, può essere prescritto un Holter cardiaco, che registra il ritmo del cuore per 24 ore o più. Nei ragazzi che praticano sport, la prova da sforzo permette di valutare la risposta del cuore all’attività fisica.
Quando necessario, per analizzare in dettaglio la morfologia del cuore e dei vasi, si ricorre a esami avanzati, come la risonanza magnetica o la TAC cardiaca.
È consigliabile rivolgersi a un cardiologo pediatrico quando il pediatra rileva un soffio persistente, se il bambino mostra difficoltà respiratorie o di crescita, o in presenza di episodi di svenimento, palpitazioni o affaticamento inspiegabile.
La tempestività della diagnosi è fondamentale: una patologia individuata e trattata subito può essere completamente risolta, mentre una diagnosi tardiva può rendere il percorso più complesso. Grazie ai progressi della cardiologia pediatrica, oggi la maggior parte delle cardiopatie può essere curata con successo, permettendo ai bambini di condurre una vita piena e serena.


